Da La Repubblica: L’affondamento del Velella

06/11/2005

E’ strana, la storia del Velella, di quelle che ti lasciano l’amaro in bocca. Una storia di mare vera e atroce, anche se l’ho sentita la scorsa estate, quando il mare è vacanza, non fatica e paura da marinai.

Me l’ha raccontata Antonio nella sua Punta Licosa, quella pineta ferma e selvaggia chiusa da un cancello che la esclude dal resto del mondo. Una vacanza per i pochi che trovano alloggio nelle case sparse nella campagna strappata alla pineta, gente che ama le mattine di mare azzurro e pulito.

Niente luce elettrica per i sentieri immersi nelle sere stellate, tutto è rimasto com’era tanto tempo fa. Nemmeno il cellulare prende bene, a Punta Licosa. All’inizio del pontile c’ è una lapide: la foto di un equipaggio con al centro il comandante, tutt’intorno gli uomini del suo sommergibile, in primo piano un marinaio sorridente che mostra il salvagente con su scritto il nome della nave: Velella.

Mancavano poche ore alla fine della giornata, quel 7 settembre del 1943, nemmeno un giorno intero prima dell’ armistizio. Il Velella scivolava lentamente davanti alla costa del Cilento per andare a ingrossare lo sbarramento navale in vista dello sbarco alleato a Salerno, ma la marina inglese era in agguato e, illuminato dalla luna, il sommergibile fu un ottimo bersaglio. Il salvagente della foto non servì a nessuno, colpito a morte, il Velella s’inabissò a poche ore dall’armistizio.

E’ ancora lì, a poche miglia a largo di Punta Licosa, con a bordo il suo equipaggio. Antonio, nel patio del suo bed and breakfast sospeso fra mare e pineta, mi aveva raccontato anche della cerimonia che si svolgeva ogni anno perché il Velella non fosse dimenticato. C’era mio figlio piccolo, quella sera, e dopo, mentre camminavamo lungo i viali della pineta per andare a trovare degli amici, da lontano con la torcia inquadrammo due sagome chiare che venivano verso di noi. «Sono due marinai del Velella» disse lui per nulla spaventato, le sentiva come presenze amiche. Invece erano due villeggianti.

Ma si può morire così, a meno di un giorno dall’armistizio che segnava la fine di quella guerra assurda? Sì, si può. Lo testimoniava la foto di quei ragazzi stretti intorno al loro comandante. Li andai a salutare la mattina dopo, prima di partire. Avrei voluto mettere un fiore sotto la foto, ma quella mattina soffiava uno scirocco violento che si portava via anche i pensieri.

Poi il ritorno in città, la solita vita, il lavoro, e il Velella si è inabissato nella memoria per rispuntare fuori in questi giorni di polemica. Copertine, dichiarazioni e interviste che danno per spacciata Napoli e la sua gente. La sensazione di un imminente, ennesimo naufragio proprio quando il cambiamento, l’armistizio di una città in guerra con se stessa, sembrava a portata di mano è insopportabile.

Ci eravamo illusi negli ultimi anni, quando sembrava si fosse presa una rotta diversa da quelle senza meta dell’atavico degrado giostrato da camorra ed emergenze secolari, o stiamo sbagliando ora che quella rotta sembra smarrirsi, anzi, che non sia mai stata tracciata? Magari siamo noi che non riusciamo più a seguirla, stanchi per l’ orrore che serpeggia con mille volti sempre feroci.

Una rotta lunga, che a volte appare interminabile, rallentata da improvvise mareggiate, assillata dalla paura degli agguati della Napoli oscura, smarrita da quel popolo che già per Goethe viveva in una continua dimenticanza di sé.

Eppure forti segnali di un risveglio civico ci sono e in gran numero, almeno pari a quello dei fatti più nefasti e tetri. C’è una rotta possibile per uscire dalle secche della nostra storia e del nostro presente, bisogna crederci, a ogni costo.

SERGIO DE SANTIS

Articolo su Rapubblica

Gabriele Pinto

Socio e Consigliere del Gruppo ANMI dal 2014 è anche amministratore del sito web.

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