Storia del Novecento: L’85° sommergibile

L’ottantacinquesimo sommergibile Il Velella.

Tratto da Storia del Novecento N°33 – dicembre 2003

di Daniele Lembo

PREMESSA I SOMMERGIBILI ITALIANI

Storie del 900

Il leit motiv che sembra far da filo conduttore a tutti coloro i quali hanno trattato, e trattano tuttora, dello sforzo bellico nazionale nel secondo conflitto mondiale è impreparazione militare italiana al momento dell’entrata in guerra, nonché l’insufficienza dei nostri armamenti aeronavali e terrestri per tutta la durata del conflitto.

Eppure, in tale teoria, che sembra andare per la maggiore, si apre una crepa enorme. Nel settore dei sommergili l’Italia, al momento dell’entrata in guerra non sembra essere seconda nessuno.
La flotta subacquea italiana, al 10 giugno 1940, conta 115 sommergibili in servizio, di cui 38 oceanici e 77 costieri.

La flotta

Il numero aumenta ancora se si considera che a questi vanno ad aggiungersi i sommergibili Bianchi ed il Torelli che stanno terminando l’allestimento e che, a quella data, sono in costruzione, altri dodici sommergibili, di cui 6 oceanici e 6 tascabili. Si tratta di una flotta subacquea capace di impressionare amici e nemici. Ma questa potente armata sottomarina non darà, nel corso della guerra, i risultati sperati. Anzi, gli equipaggi dei sommergibili saranno falcidiati, a bordo delle loro navi, in maniera inesorabile riportando perdite altissime.

Qualche autore ha sostenuto che il motivo di tale falcidia è dovuto al fatto che i sottomarini di produzione italiana hanno delle pecche costruttive. In certi casi, limitate prestazioni. Effettivamente, i tempi di immersione, che sono intorno ai 60″, risultano improponibili in caso di immersione rapida e, in emersione, i battelli italiani hanno una velocità insufficiente e una difesa antiaerea che, affidata a impianti singoli da 13,2 mm, si dimostra inidonea. Inoltre, a causa di gigantesche false torri, i sottomarini di costruzione nazionale si presentano in superficie come veri e propri castelli galleggianti, motivo per il quale risultano facilmente avvistabili dal nemico.

Problemi progettuali

I problemi progettuali e costruttivi saranno, nel corso del conflitto, affrontati e risolti con lavori di adattamento e con un differente armamento antiaereo. Le unità subacquee saranno dotati di mitragliere da 20 mm, come pure saranno modificate e ridotte le false torri, e ridotti i tempi di immersione. Altri importanti modifiche riguarderanno il sistema di refrigerazione a bordo che, all’inizio del conflitto, sarà fonte di danni enormi. Infatti, esalazioni di cloruro di metile, impiegato nel sistema di refrigeramento, nei primi mesi di guerra causò intossicazioni e di demenza tra gli equipaggi.

Le grosse perdite che si verificheranno tra i sommergibili non sono, a mio avviso, da imputarsi a difetti delle macchine (e quale macchina non ne ha?), ma piuttosto ai pazzeschi criteri d’impiego che Supermarina prevede per la propria flotta subacquea.
I sommergibili italiani, come da disposizioni ricevute, piuttosto che una guerra in mare sembrano fare una guerra di trincea. Ogni sottomarino è destinato a presidiare un “quadratino” di mare dove deve attendere in agguato, in ascolto idrofonico, che passi una preda da attaccare. Tale sistema di caccia si rivelerà alla fine per niente pagante, almeno se lo si confronta con il sistema adottato dalla Marina germanica. I sommergibilisti tedeschi, a differenza degli italiani, non hanno “zone” d’agguato, ma hanno invece “zone di caccia” in quanto effettuano una ricerca mobile e “dinamica” in ampi settori marittimi di operazione.

Perdite nelle fila Italiane

Inoltre, una volta avvistati i convogli nemici non esitano ad entrare in branchi all’interno del convoglio per scompaginarlo e attaccarlo.
Delle perdite spaventose che subiranno gli equipaggi italiani nel corso del conflitto ne darà un succinto, ma efficace resoconto Antonino Trizzino nel suo volume “Settembre nero”: “Il 10 giugno 1940 i nostri sommergibili sono centoquindici, altri quarantuno se ne costruiscono durante la guerra.

Purtroppo, usati come “boe offensive” e obbligati ad appostamenti fissi, dai quali è prescritto che non si allontanino se non attaccati, offrono al nemico condizioni ideali di lotta. Localizzati con facilità sono decimati: venti, compreso uno colpito da un altro italiano vicino a Lero, vanno perduti nel 1940. Altri diciotto nel 1941: di otto (…) non si sa nemmeno dove e quando siano affondati; usciti dai porti non hanno dato più notizie.

La loro fine è un mistero ancor oggi. Nel 1942 la media dei sommergibili perduti sale a circa due al mese: ventitré, infatti, ne scompaiono nell’anno, a volte in circostanze difficili a spiegarsi (…) Nel 1943 la media delle perdite sale a tre sommergibili al mese , così che alla data del 7 settembre ne risultano già scomparsi ventitré¨ (…) In totale ottantaquattro sommergibili, compresi tre catturati, sono andati perduti dal principio della guerra alla vigilia dell’armistizio.”

IL SOMMERGIBILE VELELLA

In questa sede non si vuole trattare di nessuno degli “ottantaquattro sommergibili, (…) perduti dal principio della guerra alla vigilia dell’armistizio” e di cui si è detto sopra, ma bensì dell’ottantacinquesimo sommergibile che andrà perduto in mare e al quale Trizzino dedicherà un capitolo avente come titolo, per l’appunto: “L’ottantacinquesimo”‚ E’ questo il sommergibile costiero Velella.

Caratteristiche

Volendone dare alcune caratteristiche tecniche, possiamo dire che il battello in questione, che prevede un equipaggio di 44 persone (di cui 4 ufficiali), è lungo 63,14 metri, largo 6,90 m metri e ha un pescaggio di 4,46 m metri. Il dislocamento è di 810 tonnellate in superficie e 1.018 tonnellate in immersione. Grazie a un apparato motore che fornisce 1.500 HP in superficie e 800 HP in immersione raggiunge la velocità massima di 14 nodi in superficie e 8 nodi in immersione.

L’autonomia in superficie è di 10.176 miglia a 8,5 nodi e 5.300 miglia 14 nodi. La profondità massima raggiungibile è di 100 m (con coefficiente di sicurezza 3). Infine, l’armamento è costituito da 1 cannone da 100/47, 4 mitragliere antiaeree da 13,2 mm e 6 tubi lanciasiluri da 533 mm. Descritta l’unità nelle sue generalità, passiamo adesso a narrarne la storia. Il nostro Velella non è il primo sommergibile della Regia Marina a portare tale nome. Infatti, il “primo” Velella, dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, è stato radiato nel 1918. Il “secondo” Velella della Regia Marina viene impostato nel 1930, assieme al sommergibile Argo, dai Cantieri CRDA di Monfalcone.

Le due unità

Le due unità, inizialmente ordinate da una Marina straniera, non verranno poi da questa acquistate e, nel 1935, saranno rilevate dalla Regia Marina. Ma che, in corso d’opera, farà apportare alcune modifiche rispetto al progetto originario. Il Velella, varato nel ’36, sarà consegnato alla Marina solo nel settembre dell’anno seguente. Quindi inquadrato nel 4° Gruppo Sommergibili – 42° Squadriglia – che è a Taranto. Nel 1938 viene impiegato a Lero (Egeo) e a Tobruk (Libia), dopodiché, a dicembre dello stesso anno, viene assegnato alla Flottiglia Sommergibili dell’Africa Orientale Italiana e trasferito a Massaua (Eritrea). Rientrerà in Italia solo agli inizi del 1940, venendo inquadrato nel 1° Gruppo Sommergibili – 14° Squadriglia a La Spezia.

La zona assegnata

Allo scoppio del secondo conflitto mondiale il “quadratino” di mare assegnato al Velella è quello tra la costa turca e l’isola di Rodi. Ma non vi resterà per molto in quanto il 19 giugno, a causa di un’avaria ai motori, dovrà portarsi a Lero e di qui rientrare a Taranto dove resterà per alcuni mesi in riparazione. Finiti i lavori non ritornerà ad operare in Mediterraneo ma, sarà trasferito a Betasom, che è il nome italiano per indicare la base francese di Bordeaux, per operare in Atlantico.

A Betasom, oltre al Velella, in quel periodo verrà trasferito il suo gemello Argo ma anche il Dandolo, il Mocenigo, il Brin, il Veniero, l’Emo, l’Otaria, il Perla, il Guglielmotti e il Glaugo (quest’ultimo andrà perduto durante la traversata). Il Velella parte dall’Italia, diretto alla base atlantica francese, il 24 novembre ’40 e il 1° dicembre affronta il passaggio dello stretto di Gibilterra. Come il lettore saprà il transito per la porta del Mediterraneo, a causa di forti correnti sottomarine e della spietata vigilanza inglese, non è dei più agevoli.

Anche il nostro sottomarino incontrerà forti difficoltà, dovendo subire le attenzioni di due cacciatorpediniere inglesi che lo bersagliano con le bombe di profondità. Benché le cose sembrino volersi mettere per il peggio, l’unità italiana riuscirà a sfuggire ai suoi inseguitori e a guadagnare l’Atlantico entrando nella base di Bordeaux il giorno di Natale.

Missioni in oceano

In oceano il Velella prende parte a quatto missioni e sembra che nel giugno del ’41 riesca a silurare due unità nemiche. Si tratta di una petroliera di 7.000 tonnellate e una nave di 3.200 tonnellate. Tali affondamenti, però, non verranno mai confermati dalla controparte. Purtroppo, l’equipaggio non avrà tempo di ottenere altri successi perché in agosto giunge l’ordine di rientrare in Mediterraneo.
Partito da La Palice il 17 agosto, attraversa lo stretto di Gibilterra, navigando in superficie nella notte fra il 24 e il 25. Giunse a Cagliari il 29 successivo. Fino a questo momento l’unità subacquea è stata al comando del tenente di vascello Pasquale Terra, il successore del quale sarà il tenente di vascello Giovanni Febbraro.

T.V. Febbraro

E’ agli ordini del comandante Febbraro, che il Velella, dopo un periodo alla Scuola Sommergibili di Pola svolge una serie di missioni in Mediterraneo. Nell’aprile del ’42 è a sud di Capo Palos (Spagna), in giugno a sud delle Baleari (giugno), in luglio lungo le coste tunisine. Poi infine, ad agosto viene dislocato a oriente dell’isola della Galite.

Il sommergibile passa poi agli ordini del Tenente di Vascello Mario Patanè. Con questo ufficiale al comando che, nel settembre ’42, è inviato ancora a sud delle Baleari. Nel successivo novembre l’unità si sposta nel golfo di Philippeville e nella rada di Bona, per portarsi poi, nell’aprile 1943, a nord di Cap de Fer.

Alla data dello sbarco in Sicilia (10.07.1943) il nostro sommergibile è all’isola della Maddalena dove riceve ordine di partire per contrastare gli sbarchi sulle coste sicule. Purtroppo, la sua missione a tutela del “bagnasciuga” nazionale non durerà molto perché, giunto nelle acque della Sicilia orientale, il giorno 12 luglio deve desistere dal proseguire, a causa di un’avaria, e portarsi a Taranto. Solo il 23 luglio potrà essere in agguato al largo di Siracusa e di Augusta. Nel corso delle operazioni tese al contrasto dello sbarco angloamericano in Sicilia andranno persi cinque sommergibili e, fortunatamente, il Velella non sarà tra questi.

LA FINE

Si arriva così al settembre 1943. Come sarà noto al lettore, il 3 settembre verrà firmato a Cassibile in Sicilia quella che, contrabbandata per un armistizio, sarà invece una vergognosa resa senza condizioni. Il cosiddetto armistizio sarà reso noto agli italiani solo nella serata dell’8 settembre dalla voce del Generale Badoglio che, dopo aver registrato il messaggio da indirizzare alla nazione su di un disco, avrà anche pensato bene di mettersi al sicuro assieme al re, imbarcandosi sulla corvetta Baionetta.

Benché l’armistizio sia firmato il giorno 3, nei giorni che seguiranno e fino alla proclamazione dello stesso, (si badi bene che i comandi italiani non sanno con precisione quando questo verrà reso pubblico, in quanto tale data è a discrezione dei comandi alleati) i soldati, gli aviatori e i marinai italiani continueranno a combattere e a morire.

L’armistizio

Chi ha gestito il “pastrocchio” armistiziale, nei cinque giorni che vanno dal 3 e al 5, mantiene un impermeabile segreto al fine di ritardare l’inevitabile violenta reazione tedesca alla resa unilaterale dell’Italia. Al fine di non far trapelare la notizia, la casta politico militare che ha trattato la resa tiene il fatto nel più assoluto riserbo, tanto che neanche i vertici delle forze armate ne vengono messi al corrente.

Per tale motivo, le Regie Forze Armate continueranno a sacrificarsi, come se nulla fosse avvenuto, in quei cinque giorni in cui il cosiddetto armistizio è ancora un fatto per “pochi intimi”. Il sacrificio di tanti militari e civili, che trova motivo nella necessità di non mettere in allarme gli alleati tedeschi, si rivelerà perfettamente inutile. Hitler e i suoi, come poi i fatti dimostreranno, già da tempo hanno sentore delle intenzioni dell’alleato, tanto che hanno predisposto un piano di occupazione (piano Achse) da attuare in caso di defezione italiana, piano che poi metteranno in esecuzione con una incredibile rapidità e perfezione.

Armistizio ignorato

I vertici della Regia Marina, ignorando della firma dell’armistizio, e in vista di uno sbarco che si preannuncia sulle coste campane (Operazione Avalanche) prenderanno alcune misure idonee a contrastare la prevista operazione anfibia alleata.
In particolare, il comando dei sommergibili (Maricosom) predispone l’Operazione Zeta che vede l’impiego di dodici sommergibili nelle acque del tirreno meridionale al fine di creare un velo difensivo alle coste.

Deputati a tale compito sono i sommergibili Brin, Giada, Galatea, Marea, Platino, Turchese, Diaspro, Nichelio Alagi, Topazio, Axum e Velella. All’azione di questi va ad unirsi quella di altri dieci sommergibili (Onice, Settembrini, Vortice, Zoea, Bragadin, Squalo, Menotti, Bandiera, Jalea e Manara) che dovrebbero creare uno sbarramento nello Jonio. Delle unità destinate al basso Tirreno, l’Axum resterà bloccato nel porto di Pozzuoli per un’avaria al motore termico, mentre il Velella, partito intorno alle 15,00 del 7 settembre dal porto di Napoli, ad un certo punto non darà più sue notizie.

Il dopo guerra

Solo nel dopoguerra, da fonti inglesi, si apprenderà che il Velella, intorno alle ore 20,00 dello stesso giorno 7, mentre navigava in emersione al largo di Punta Licosa (Golfo di Salerno), è stato avvistato dal comandante del Smg Shakespeare che era in missione lungo le coste campane per individuare eventuali zone minate e per fare da radiofaro alle navi da sbarco.

Per la precisione, è da dire che il comandante inglese ha avvistato il Velella e il Benedetto Brin. Il tutto mentre questi gli passavano accanto in emersione, uno per lato, a distanza di un miglio uno dall’altro e ha lanciato una salva di siluri contro il Velella che è andata a segno facendo colare a picco l’unità italiana che ha trascinato con se l’intero equipaggio. La scelta è caduta sul Velella solo perché questo si stagliava meglio sull’orizzonte in quanto era sul lato mare.

Testimonianze

Darà testimonianza dell’affondamento l’allora maresciallo motorista Pietro Vivone il quale narrerà: “Ero quella notte imbarcato sul Brin ed ero addetto alle macchine. Navigavamo in acque apparentemente tranquille, vicino ala costa e sulla soglia di casa (Pontecagnano). Noi ignoravamo di armistizi e di prossimi sbarchi e stando in emersione, ricaricavamo le batterie dei motori elettrici. Eravamo viarie unità inviate da Napoli a pattugliare il golfo. Una improvvisa ostruzione ai tubi di alimentazione dei motori fermò le macchine e dal Velella, comandato dal tenente di vascello Mario Patanè, venne chiesto “alla voce”, per via del silenzio radio, perché ci eravamo fermati. Rispondemmo di proseguire perché avremmo ripreso subito la navigazione. Pochi minuti dopo ci fu l’affondamento senza superstiti”.

CONCLUSIONI

Intorno alle ore 18,30 dell’8 settembre radio Algeri darà notizia al mondo della resa italiana. Sarà solo questa notizia, diffusa per decisione unilaterale degli angloamericani, a indurre un ancor titubante maresciallo Badoglio ad affidare alle onde radio dell’EIAR il famoso messaggio alla nazione.

Il cessate ostilità

Solo alle 21,10 Maricosom diramerà a tutte le unità l’ordine di cessare le ostilità. Ma per i 51 uomini del Velella, il cui battello giace da oltre 24 ore in fondo al mare, tale ordine non giungerà mai.
Per anni nessuno mai ha voluto ricordare l’inutile morte di questo intero equipaggio sacrificato alla “ragion di Stato” da chi, dopo aver gestito in modo vergognoso la resa, ha fatto lievitare la vergogna nazionale scappando a mettersi in salvo mentre gli altri continuavano a morire.

I 51 ragazzi del Velella sono stati “riscoperti” e ricordati con una serie di manifestazioni che hanno avuto risalto anche sulla stampa nazionale. Ciò è avvenuto grazie all’attivismo dell’ANMI di Santa Maria di Castellabate che è il comune costiero più prossimo al punto di affondamento dell’unità subacquea. Per questa meritoria attività non si può non che dire grazie ai soci della citata sezione.

La commemorazione

Sull’onda della cerimonie del Velella, che nel frattempo è stato localizzato a una profondità compresa fra i 135 e i 145 metri nel golfo di Salerno, qualcuno ha iniziato a parlare di recupero.
Dalle parole sembra che si voglia passare ai fatti e un gruppo di subacquei vorrebbe impegnarsi in un’operazione tesa a recuperare almeno un importante reperto del sommergibile per farlo divenire poi parte di un monumento commemorativo.

Per quanto mi riguarda e, per quanto possa valere il mio parere, tale recupero non ha alcuna ragione e rischia di rivelarsi addirittura dannoso, non aggiungendo nulla ma invece togliendo alla memoria del Velella. Quel sommergibile in fondo al mare è un cimitero di guerra. Vi riposano 51 ragazzi che coltivando l’idea del dovere fatto in nome di una Patria più bella e più grande diedero ciò che di meglio poterono dare. Bisogna lasciarli in pace in quella che il Signore ha voluto fosse la loro tomba e che è poi la più bella tomba che un marinaio possa desiderare. Chi ha un congiunto tra i morti del Velella vada a Santa Maria di Castellabate, si rechi in riva al mare e preghi.

Nessun architetto al mondo avrebbe mai potuto concepire un mausoleo più grandioso e con una pietra sepolcrale di maggior pregio. Se si voleva dare onore ai morti del Velella, quello che fino ad ora non hanno fatto gli uomini ci ha pensato Dio a farlo.

Note

1) E’ da riferire che Angelo Raffaele Amato, circa l’Operazione Zeta, riferirà nel suo “Il Velella” quanto segue. Maricosom decise di dare attuazione al Piano Zeta disposto il 2 luglio precedente, per contrastare un’invasione delle isole o del territorio meridionale d’Italia. Partirono dai porti del Tirreno e dello Ionio venti sommergibili, cioè tutti quelli operativi i quel momento. Undici destinati alla zona del golfo di Gaeta e del Golfo di Paola e altri nove (che comprendevano i cinque già schierati in precedenza) per le acque ioniche.

2) Secondo qualche autore lo Shakespeare lancerà una salva di sei siluri di cui ben quattro andranno a segno. Secondo altri, invece, ipotesi quest’ultima più probabile. Il sottomarino inglese lancerà due siluri, quella che generalmente viene detta una coppiola di siluri. Uno dei quali andrà a segno mentre l’altro mancherà il bersaglio e andrà ad arenarsi sul fondo. Negli anni ’70, infatti, in zona, resterà impigliato nella rete di un pescatore un siluro di fabbricazione inglese che sarà tirato su da una profondità di oltre 200 metri.
3) Cfr. A.R. Amato, Il Velella, p. 16.

BIBLIOGRAFIA

AA.VV. Navi e Marinai vol. 4°, Compagnia Generale Editoriale, Milano, 1979;
 A.R. Amato, Il Velella, a cura dell'ANMI Sezione di santa maria di Castellabate, 1998;
 N. Arena, Bandiera di combattimento, Centro Editoriale Nazionale, Roma, 1977;
 E. Bagnasco, A. Rastelli, Sommergibili in Guerra, Albertelli, Parma;
 A. Trizzino, Settembre nero, Longanesi, 1960, Milano.
 

Gabriele Pinto

Socio e Consigliere del Gruppo ANMI dal 2014 è anche amministratore del sito web.

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